in corriera
Percorsi interstiziali e fermate facoltative
martedì, marzo 05, 2013
Parole dette e non dette. Le paure degli adulti
Fra un paio di settimane nelle quarte classi della scuola di mio figlio inizierà un percorso di prevenzione dell’abuso sessuale. I corsi sono tenuti dall’associazione L’Ombelico e il programma prevede cinque incontri di due ore durante i quali si parlerà di autostima, emozioni, corpo, sessualità, affettività, con l’obiettivo di tracciare dei confini tra quello che è giusto che accada tra adulti e quello che un adulto non deve mai chiedere a un bambino.
Ieri sera c’è stata la presentazione del corso ai genitori da parte di una delle psicologhe che saranno in aula con i bambini. Era presente solo un papà – contro una quarantina di mamme – che è arrivato tardi ed è andato via presto, molto presto. Questo non è un dato irrilevante, perché negli incontri tra genitori a scuola i papà sono molto presenti.
“Le maestre sono piuttosto tiepide su questo programma”, mi fa la mia amica S. “voglio capire perché”. Strano, penso, mi sembra una cosa molto positiva.
Ho preso appunti su tutto in modo molto diligente. Il percorso è bello, ricco, coinvolgente. Spiazzante. Quando è stata pronunciata la parola “sessualità”, infatti, l’atmosfera è diventata densa, sai quando hai l’impressione che se lasciassi cadere una matita, quella galleggerebbe invece di toccare terra? “Spiegheremo che cosa significa fare l’amore”? Cielo.
Le mamme sono chiaramente imbarazzate. La psicologa cerca di usare termini che non evochino, ma ahimè, evocano per forza. Mica abusi, violenza: no, è sufficiente che evochino cosi e cose che in determinate condizioni (e solo presso gli adulti) finiscono gli uni nelle altre. Sarei imbarazzata anch’io, forse, se nel frattempo non avessi maturato la mia espressione da entomologa.
La presentazione finisce, è l’ora delle domande. Le prime sono molto sensate (Noi genitori dobbiamo preparare i bambini? Che fare se manifestano disagio nel parlare dell’esperienza?), fino a quando una delle mamme espone il suo punto di vista. Le sue due figlie maggiori hanno già partecipato al corso, adesso tocca alla più piccola. Hanno molto apprezzato le parti dell’esperienza in cui si parlava di emozioni, ma non particolarmente quelle in cui si parlava di sesso. È proprio necessario? In fondo siamo famiglie “normali”, viviamo in un quartiere “normale”, dove queste cose non succedono.
(Guardavo la faccia della psicologa e mi faceva paura da quanto era verde. Quante deve averne sentite di storie così, di famiglie “normali” che vivono in quartieri “normali” dove queste cose non succedono?).
Senza scomodare le statistiche sulla violenza nelle famiglie normali, altre mamme sono intervenute informando la prima del fatto che nel parco proprio vicino alla scuola, quello in cui ci trovavamo ieri sera, l’anno scorso c’era il classico vecchietto con il classico impermeabile da aprire alla bisogna. E non solo. Un ragazzo che scattava foto ai bambini con un cellulare, un bel pomeriggio di maggio è stato invitato ad accompagnare sottobraccio fuori dal parco due signori con abiti borghesi e sguardi in divisa. Nel nostro quartiere normale.
La psicologa ha ritrovato il sorriso, a quel punto. Non altrettanto le mamme, a meno che non si possa definire sorriso il rictus che piegava le loro bocche da una parte come se stessero inalando i fumi di erbe normali.
Altra domanda: perché proprio in quarta e non in quinta?
Risposta: per due motivi, per dare una continuità (visto che le maestre saranno presenti al corso ed è giusto che rappresentino la continuità per il bambini anche l’anno prossimo rispetto a questo discorso) e perché questa è l’età target dei pedofili. I bambini hanno corpi da bambini ma iniziano a mostrare dei cambiamenti. E poi cominciano ad essere un po’ più indipendenti. Per esempio possono fare brevi tragitti da soli: a casa dell’amichetto, a scuola, a prendere il pane. “No” è il coro muto che si alza dalla platea. No, non vanno da nessuna parte, siamo impazziti?
Sono uscita dall’incontro con molte domande. Non sul corso – ché quelle avrei potuto rivolgerle alla psicologa – ma su di noi, i genitori.
Che non siamo pronti per far crescere i nostri bambini. Che non sappiamo che cosa sanno, loro, di sessualità. Che siamo terribilmente tentati di fare come hanno fatto i nostri genitori: nulla. Che crediamo che una famiglia e un quartiere normale siano una garanzia per loro. Che non siamo in grado di parlare di sessualità (come non siamo in grado di parlare di morte), neanche se questo vuol dire fornire ai nostri figli gli strumenti per vivere più sereni.
Ma forse anche questo fa parte del programma.
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scuola,
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giovedì, gennaio 31, 2013
#liberericette Porcospino di tonno di Roberta
Roberta è una mia cara amica e di questa fantastica iniziativa non aveva capito niente. Così le ho detto "mandami una ricetta e basta" e lei l'ha fatto. Ed ecco la sua ricetta.
Ingredienti
125 gr. mascarpone
125 gr. Tonno all'olio di oliva (peso scolato)
pinoli
1 chicco di pepe
2 chiodi di garofano
Preparazione
Sminuzzare il tonno, dopo averlo scolato, con un minipimer o nel frullatore.
Aggiungere il mascarpone al tonno e mischiare fino a farlo diventare omogeneo e, con le mani, ottenere una palla.
Lasciare riposare in frigo per qualche ora (4/5 minimo)
Estrarre dal frigo e modellare la forma del corpo del porcospino.
Ricoprire il tutto infilzando i pinoli uno ad uno, lasciando libera la parte del muso.
Utilizzare un chicco di pepe per il naso e 2 chiodi di garofano per gli occhi.
Servire con pane abbrustolito o focaccia su cui spalmare.
Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.
Porcospino di tonno
Ingredienti
125 gr. mascarpone
125 gr. Tonno all'olio di oliva (peso scolato)
pinoli
1 chicco di pepe
2 chiodi di garofano
Preparazione
Sminuzzare il tonno, dopo averlo scolato, con un minipimer o nel frullatore.
Aggiungere il mascarpone al tonno e mischiare fino a farlo diventare omogeneo e, con le mani, ottenere una palla.
Lasciare riposare in frigo per qualche ora (4/5 minimo)
Estrarre dal frigo e modellare la forma del corpo del porcospino.
Ricoprire il tutto infilzando i pinoli uno ad uno, lasciando libera la parte del muso.
Utilizzare un chicco di pepe per il naso e 2 chiodi di garofano per gli occhi.
Servire con pane abbrustolito o focaccia su cui spalmare.
Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.
#liberericette Le lagane e ceci
Nonostante ultimamente mi diletti un po’ di più in cucina, i fornelli non sono proprio la mia tazza di tè. Però potevo forse rinunciare ad una giornata così speciale, in cui tutti blog si trasformano in tavole imbandite? Ovviamente no. E allora sono andata di nuovo a prendere un piatto tipico della cucina lucana. Che amo per tre motivi.
Il primo è che è buono. Punto. Provate e sappiatemi dire.
Il secondo è che veniva chiamato “il piatto del brigante”. Era infatti uno dei piatti più gettonati dai briganti che nella seconda metà del XIX secolo si facevano il mazzo nei boschi della Basilicata. E io amo molto i briganti.
Il terzo è che è un piatto con una storia. Ne ha parlato Orazio (il poeta, quello latino nato a Venosa nel 65 a.C.) nelle sue Satire (VI, libro I): " ...inde domum me ad porri et ciceris refero laganique cantinum ", " quindi me ne ritorno a casa per mangiare una scodella di porri, ceci e lagane ". Ed è la prima volta che si parla di pasta in letteratura.
Le lagane sono strisce di pasta larghe circa 4 cm e lunghe 7-10 cm, fatte con farina e acqua, senza uova. L'origine etimologica della parola si perde nel greco antico (laganou era il termine usato per indicare il mattarello, che nel dialetto è diventato laganaturo): indicava un disco di pasta fatta con acqua e farina, arrostito su una pietra rovente e poi tagliato a strisce; queste venivano unite a legumi o granaglie e di solito consumate come una zuppa.
Il celebre gastronomo Apicio, nel suo De re coquinaria designa con il nome di lagane delle sfoglie di pasta condite con il garum (un una salsa liquida, piccante, di interiora di pesce e pesce salato che gli antichi Romani aggiungevano come condimento a molti piatti, oppure con la carne, sovrapposte a strati, in una versione antenata delle nostre lasagne).
E insomma bando alle ciance, ho fatto anche un po’ di cultura e adesso passiamo alla ricetta.
Lagane e ceci
Ingredienti (per 4 persone)
Per le lagane: 400 g. di farina (semola rimacinata), acqua calda, un pizzico di sale
Per i ceci: 300 g di ceci (già messi a bagno), 2 pomodori pelati, due cucchiai di olio, aglio, prezzemolo, sale q.b., peperoncino
Preparazione
Preparare un sughetto leggero facendo soffriggere uno spicchio d’aglio in due cucchiai di olio e aggiungendoci poi i pelati e infine il prezzemolo. Aggiustare di sale e aggiungere il peperoncino (io non lo metto nel sugo se no il pupo si sturba, lo aggiungo direttamente nel piatto, al momento di servire). Quando il sugo è a buon punto aggiungere i ceci e lasciar cuocere per una mezz’ora.
Intanto, preparare le lagane. Impastare farina, acqua e sale, fare una sfoglia sottile, come per le lasagne, e tagliarla a strisce di circa 3-4 cm. Poi tagliare le strisce diagonalmente, in pezzi di circa 7-10 cm di lunghezza. Le lagane sono irregolari, quindi andate pure tranquilli.
Cuocere le lagane in abbondante acqua salata. A metà cottura scolare lasciando un po’ di acqua e aggiungere il sugo con i ceci.
Servire accompagnando con un buon Aglianico del Vulture.
Buon appetito!
Una cosa importantissima che copincollo da Yeni Belqis, che ha dato il via al circo di quest'anno. Tutti i partecipanti alla cucinata collettiva sono invitati a donare l’equivalente del costo del piatto che cucineranno alla mensa del Centro Astalli. Se il web può essere solidarietà, calore, amicizia, non vogliamo dimenticare tutti quelli che sono soli, invisibili, al margini delle nostre città. L’idea è che in questa nostra festa in cui ognuno porta qualcosa ci sia un certo numero di posti a tavola per far sedere anche chi si trova in un Paese straniero dopo essere fuggito dalla guerra e dalla persecuzione.
Poi, dopo il 31 gennaio, chi lo vorrà potrà partecipare a un turno di volontariato alla mensa del Centro Astalli, oppure a un incontro per capire meglio la realtà dei rifugiati in Italia.
Una cosa importantissima che copincollo da Yeni Belqis, che ha dato il via al circo di quest'anno. Tutti i partecipanti alla cucinata collettiva sono invitati a donare l’equivalente del costo del piatto che cucineranno alla mensa del Centro Astalli. Se il web può essere solidarietà, calore, amicizia, non vogliamo dimenticare tutti quelli che sono soli, invisibili, al margini delle nostre città. L’idea è che in questa nostra festa in cui ognuno porta qualcosa ci sia un certo numero di posti a tavola per far sedere anche chi si trova in un Paese straniero dopo essere fuggito dalla guerra e dalla persecuzione.
Poi, dopo il 31 gennaio, chi lo vorrà potrà partecipare a un turno di volontariato alla mensa del Centro Astalli, oppure a un incontro per capire meglio la realtà dei rifugiati in Italia.
Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.
#liberericette Lasagna verde vegana alla Farina
Com’è tradizione (se due anni fanno una tradizione, direi di sì) questo blog ospita ricette senza fissa dimora. La mia amica Francesca ci regala una ricetta vegana, eccola qua.
Lasagna verde vegana alla Farina
Difficoltà: facile
Tempo: 45 minuti
Ingredienti (per due persone)
- un panetto di tofu compatto da 200 g. di forma spessa e quadrata
- 250 g. di broccoli
- 100 grammi di fagiolini interi
- 1 dado e mezzo vegetale
- mezza cipolla
- 5 cucchiai di olio extra vergine d’oliva
- una tazzina di salsa di soia
- sale e pepe
- a piacimento: formaggio pecorino grattugiato, semi di sesamo tostato, basilico fresco
Preparazione
1) Lavate e taglieate a cimette il broccolo, privandolo delle foglie e dei gambi più duri e mettetelo a bollire per 15 minuti in una pentola capiente con acqua e un dado.
2) Tagliate la cipolla finemente e mettetela a soffriggere con un cucchiaino d’olio e.v.o. e un cucchiaino di salsa di soia.
3) Scolate i broccoli e passateli in padella, rigirando spesso e lasciandoli cuocere ed insaporire nella cipolla. Per 10 minuti. Se occorre aggiungete un po’ d’acqua usata per la bollitura del broccolo. Lasciate l’acqua bollente in caldo. La riuseremo.
4) Mettete in acqua per 15 minuti circa i fagiolini. Dovranno risultare cotti, ma croccanti e solidi.
5) Tagliate il tofu a fette, incidendo il panetto longitudinalmente per ottenere delle lasagnette abbastanza sottili, ma non troppo (meno di mezzo centimetro)
6) Fatele passare velocemente in un bagnetto di salsa di soia e se vi piace, aggiungete un po’ di succo di limone.
7) Mettete in una piccola padella 3 cucchiai di olio extravergine e fatelo scaldare. Aggiungete le “lasagne” di tofu e fate dorare.
8) Riprendete il broccolo in padella e frullatelo insieme a ½ dado e a un bicchiere della sua acqua di cottura.
9) Prendete i piatti da portata e stendete uno o due cucchiai di crema di broccolo, adagiateci sopra la lasagna di tofu calda, un altro strato di crema di broccolo e poi uno strato di fagiolini uno accanto all’altro a formare un altro strato. Continuate così in modo da avere tre piani.
10) Per finire potete completare con una spolverata di grana, una manciata di semi di sesamo tostati, oppure delle foglie di basilico fresco.
Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.
venerdì, gennaio 18, 2013
Il 31 gennaio liberiamo una ricetta!
Che poi per me, che in generale non amo cucinare, è abbastanza singolare.
Singolare che ieri sera sia passata a fare una spesa essenziale perché poi dovevo cucinare una cosa particolare.
Singolare che abbia chiesto a mio figlio di farmi da reporter e scattare, prevedendo che con le mani sporche l’aifon ne avrebbe sofferto.
Singolare che lui mi abbia concesso la sua collaborazione a patto che gli concedessi un video della ricetta (“almeno qualche secondo, solo la presentazione se vuoi, ti preeego”) – ma la trattativa è ancora in corso.
Singolare, infine, che su questo blog così lontano dai fornelli presto si troveranno ben 3 (tre) post di fila che parlano di spignattamenti. A me.
Però l’anno scorso è stato quasi uno scherzo. Io, fedele alla mia linea, non ho spadellato ma ho ospitato con grande piacere Supermambanana. E insomma, ci siamo divertiti e abbiamo deciso di ripetere la cosa quest’anno.
Il giorno è il 31 gennaio, e ci sono delle regole (poche e semplici):
1. Pubblicare un post il 31 gennaio (possibilmente intorno alle 11, ma l’ora non è fondamentale) e chiamare il post “liberiamo una ricetta: (titolo della ricetta)”. Alla fine della ricetta si metterà la frase: “Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web“. Poi inserire il link del post sulla pagina http://www.mammafelice.it/2013/01/14/liberiamo-una-ricetta-edizione-2013/.
2. Chi ha un profilo Facebook è caldamente invitato a mettere per quel giorno come immagine del profilo il logo dell’iniziativa: il Keep calm and free a recipe su fondo rosso. (qui il link ad una delle pagine che creano “keep calm” http://www.keepcalmstudio.com/)
3. Quest’anno si vuole che l’iniziativa coinvolga più persone possibile. Pubblicizzatela, quindi, in anticipo sui vostri blog, su Facebook, su Twitter. Si propone gli hashtag #liberericette #freearecipe. Più gente aderisce, meglio è.
4. Non indicate in anticipo che ricetta posterete. Conserviamo l’effetto sorpresa!
5. Divertitevi!
Molto importante! Chi non ha un blog può chiedere di essere ospitato sulla pagina Facebook degli scambi di ospitalità (nella stessa pagina si può dare la propria disponibilità a ospitare).
Come deve essere il post? Il tema della ricetta è libero. Si suggerisce di arricchirlo almeno con una foto del piatto. Ma se non ce la fate non fa nulla.
Su, su, in cucina!
mercoledì, dicembre 26, 2012
Madeleine natalizia: il brodo di tacchino con i cardi
Quando esci dalla tua famiglia d'origine e te ne crei una tua, tra gli innumerevoli cambiamenti c'è quello, spesso sottovalutato, delle tradizioni. Se, come nel mio caso, si proviene da posti diversi, le tradizioni familiari devono essere rivedute e corrette. Nel nostro caso non abbiamo tenuto molto, sia per la difficoltà di rendere compatibili abitudini e lessici relativi, sia perché né io né mio marito vi siamo mai stati troppo legati. Il Natale è una di queste cose.
Quest'anno, però, quando per vari motivi siamo rimasti entrambi "senza famiglia", mi è venuta voglia di riprendere per noi una madeleine, un piatto tipico del pranzo di Natale di casa mia, il brodo di tacchino con i cardi. Ci sono un sacco di varianti, naturalmente, a questa ricetta, praticamente una per famiglia. Io ho seguito quella che mi ha passato mia madre. Al telefono, 10 minuti prima di andare a fare la spesa. E per celebrare degnamente l'evento, ho realizzato il piatto twittandone tutte le fasi. Una nota: il brodo con i cardi è un antipasto, anche se non sembra.
Ed ecco la ricetta (da foodblogger per caso, quindi non aspettatevi troppa precisione, soprattutto nelle quantità e nei tempi. Ho fatto a occhio, come mi ha raccomandato mia madre al telefono).
Ingredienti
Un cespo di cardi
Un cespo di cicoria riccia (io l'ho trovata come "insalata riccia", si sa che le verdure hanno un nome diverso in ogni posto)
Un cespo di cicoria catalogna
Una coscia di tacchino
Un pezzo di biancostato
(per le polpettine) Trita di vitellone, mollica di pane, un uovo, aglio, prezzemolo, latte, sale
(per il brodo) Sedano, carota, cipolla
Pentole grandi!
Procedimento
Con la trita, preparare le polpettine. Io ho usato il pangrattato al posto della mollica di pane (sacrilegio ma non troppo, ha funzionato lo stesso), e poi uno spicchio d'aglio e del prezzemolo tritato, un po' di latte per ammorbidire l'impasto, un uovo, sale e pepe. Le polpettine si chiamano "ine" perché devono essere piccole, quindi non barare!
Una volta pronte le polpettine si può mettere su il brodo. Io l'ho fatto un po' misto, con tacchino (coscia) e biancostato di vitello fatti a pezzi non troppo grandi.
Messo su il brodo si può passare alle verdure.
Ed ecco i cardi. Sono come dei sedani enormi, e molto più fibrosi. Quindi vanno mondati molto accuratamente, se no a tavola ci si strozza. Un'altra particolarità è che lasciano le mani nere, per cui per pulirli io ho usato i guanti di lattice.
Quest'anno, però, quando per vari motivi siamo rimasti entrambi "senza famiglia", mi è venuta voglia di riprendere per noi una madeleine, un piatto tipico del pranzo di Natale di casa mia, il brodo di tacchino con i cardi. Ci sono un sacco di varianti, naturalmente, a questa ricetta, praticamente una per famiglia. Io ho seguito quella che mi ha passato mia madre. Al telefono, 10 minuti prima di andare a fare la spesa. E per celebrare degnamente l'evento, ho realizzato il piatto twittandone tutte le fasi. Una nota: il brodo con i cardi è un antipasto, anche se non sembra.
Ed ecco la ricetta (da foodblogger per caso, quindi non aspettatevi troppa precisione, soprattutto nelle quantità e nei tempi. Ho fatto a occhio, come mi ha raccomandato mia madre al telefono).
Ingredienti
Un cespo di cardi
Un cespo di cicoria riccia (io l'ho trovata come "insalata riccia", si sa che le verdure hanno un nome diverso in ogni posto)
Un cespo di cicoria catalogna
Una coscia di tacchino
Un pezzo di biancostato
(per le polpettine) Trita di vitellone, mollica di pane, un uovo, aglio, prezzemolo, latte, sale
(per il brodo) Sedano, carota, cipolla
Pentole grandi!
Procedimento
Con la trita, preparare le polpettine. Io ho usato il pangrattato al posto della mollica di pane (sacrilegio ma non troppo, ha funzionato lo stesso), e poi uno spicchio d'aglio e del prezzemolo tritato, un po' di latte per ammorbidire l'impasto, un uovo, sale e pepe. Le polpettine si chiamano "ine" perché devono essere piccole, quindi non barare!
Una volta pronte le polpettine si può mettere su il brodo. Io l'ho fatto un po' misto, con tacchino (coscia) e biancostato di vitello fatti a pezzi non troppo grandi.
Messo su il brodo si può passare alle verdure.
Ed ecco i cardi. Sono come dei sedani enormi, e molto più fibrosi. Quindi vanno mondati molto accuratamente, se no a tavola ci si strozza. Un'altra particolarità è che lasciano le mani nere, per cui per pulirli io ho usato i guanti di lattice.
Una volta mondati e fatti a pezzi, fari cuocere in abbondante acqua salata (si dice così, no?). Io li ho fatti bollire almeno un'ora prima che diventassero più morbidi di un pezzo di legno stagionato.
Per le altre verdure, invece, bastano 10-15 minuti in acqua salata e bollente. Nel frattempo, il brodo sarà praticamente pronto, perciò posso togliere la carne, che terrò da parte, e andare a chiedere in prestito alla vicina un pentolone abbastanza grande da contenere il tutto :)
Unisco al brodo alle verdure, nel pentolone della vicina. Cerco di aggiungere anche le polpettine, non è detto che ci riesca perché tendono a sfuggire da tutte le parti. Faccio andare per 20 minuti circa.
E alla fine metto tutto insieme e ce lo lascio almeno per 4-5 ore, così il sapore si amalgama. Alè!
Il lesso si può servire a parte, mentre il resto va nel piatto. Ottimo con un po' di grana.
Nota finale: era buonissimo!
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lunedì, novembre 26, 2012
Le primarie spiegate a mio figlio
“Mamma, hai votato?”
“Certo, Gabri”
“Quello figo?” (quello figo è Vendola, si è guadagnato l’epiteto non per meriti politici ma per via dell’orecchino).
“Sì, Vendola, quello figo si chiama così”
“Ma ora chi vince governa?” (il pippone sul fatto che “chi vince non comanda, governa” gliel’ho già fatto all’epoca di Pisapia, a quanto pare gli è rimasto in testa).
“No, in questo caso chi vince si guadagna il diritto di diventare presidente del Consiglio dei Ministri nel caso in cui il centro sinistra vincesse le prossime elezioni”
Primo punto: spiegare che cos’è il Presidente del Consiglio.
“Il presidente del Consiglio dei Ministri è la persona che si trova a capo del Governo. Adesso il presidente del Consiglio è…”
“Mario Monti, prima era Berlusconi” (core de mamma si scioglie)
“Ecco, bravo. Il Governo è fatto dai Ministri, che sono le persone che decidono quali leggi devono essere fatte per fan funzionare bene l’Italia”
Secondo punto: spiegare che cos’è il centro sinistra (ah, saperlo).
“Il centro sinistra è una parte del Parlamento. Il Parlamento è formato da tanti deputati, cioè persone che vengono scelte da tutti gli italiani per rappresentarli. Solo che tutte queste persone non hanno idee uguali: ci sono quelli di destra, quelli di sinistra e quelli di centro. Io ho votato per decidere chi, tra quelli di sinistra, vorrei come Presidente”.
“Vinceremo?”
“Non credo, ma voglio che chiunque vinca sappia come la pensavo”
Terzo punto: spiegare perché si può decidere di votare qualcuno che sappiamo già che non vincerà. Per estensione, l’importanza di esprimere un’opinione.
“Vedi, il fatto è che, siccome non possiamo andare tutti al Governo, dobbiamo trovare un modo per far sapere a chi ci va che cosa vogliamo noi, che cosa per noi è importante, come cittadini. Allora ci sono le elezioni, in cui noi esprimiamo la nostra opinione politica con un voto. Quando uno vince, siccome deve governare e non può comandare e basta, deve sapere che ci sono delle persone che hanno opinioni diverse dalla sua, altrimenti pensa che sono tutti d’accordo con lui.”
(passa in TV la notizia della sede del PD devastata la notte prima delle primarie)
“Mamma, ma perché hanno distrutto questo ufficio?”
“Perché in questo posto si doveva votare per le primarie, e alcune persone che non erano d’accordo lo hanno distrutto”
“… avevano opinioni diverse?”
“Già. Solo che anche le opinioni diverse devono essere rispettate”
“…”
“…”
“E noi siamo di centro sinistra?”
“Io sono di centro sinistra, tu sarai come ti sembrerà giusto”
“…”
“…”
“Adesso posso vedere un cartone?”
Lo so, l’ho messa giù semplice, ma a 9 anni non so se si può pretendere di più, di domenica sera, poi. Voi che dite, qualcosa è passato?
mercoledì, novembre 21, 2012
Un ulteriore sdoppiamento
Tre anni fa ho aperto un blog che volevo diventasse il mio spazio professionale, col mio nome e tutto. Poi ho iniziato a fare cose diverse, e più in là della registrazione non sono andata. Fino a quando non me ne sono ricordata e ho pensato che forse era ora.
È proprio appena nato, quindi non c’è su quasi niente, a parte un post su una delle mie ultime fisse, gli hashtag. Ma l’idea è di usarlo per parlare di quelle parti del mio lavoro che sono troppo specialistiche per affrontarle sul sito di The Talking Village e troppo “serie” per queste pagine.
Questo mi consentirà anche, spero, di poter tornare a scrivere qui in modo più leggero, poiché ci sarà spazio altrove per parlare di comunicazione. No, non di maternità: il fatto che ci sia la parola “mamma” nel dominio non significa niente. Quando è nato questo blog, usare la parola mamma non era un problema, non ti etichettava, soprattutto considerando che io la usavo in modo ironico e che non ho mai parlato di bambini – a parte sporadici episodi che comunque non fanno di me una fonte attendibile sul tema. Poi è cambiato tutto, ma se ne è parlato così tante volte che non ho voglia di tornarci.
In sintesi, qui parlerò di quel cavolo che ne avrò voglia, e di là di lavoro.
Devo ringraziare alcune persone, infine. In ordine alfabetico perché è giusto così.
Alberto, mio marito, che da anni mi sente dire che “avrei bisogno di uno spazio professionale” e non mi ha ancora mandato al diavolo (ma adesso non ce ne sarà più bisogno, vedi, amore?).
Alessandra, che oltre a un sacco di preziosi consigli, non lo sa ma ha pronunciato una singola frase che mi ha fatto drizzare i capelli ed ha notevolmente accelerato i tempi.
Alessio, che spesso mi fa da specchio nel quale parlarmi, ma ha di buono che, contrariamente agli specchi, parla anche lui e mi fa riflettere (appunto) su un mucchio di cose.
Fabio, che mi ha dato un sonoro calcio nel sedere – e che altri, ne sono certa, si appresta a darmene. Almeno spero.
Alè.
lunedì, ottobre 29, 2012
Io sono #choosy. Così tanto che...
Sono talmente choosy che a volte mi allontano un po' per guardare meglio le cose. Le seziono, le analizzo fino a che non hanno più niente da dirmi e alla fine decido cosa farne.
Sono talmente choosy che ci ho messo un sacco di tempo (tre anni?) per trovare un modo giusto di trattare la seconda puntata del mio corso di semiotica per gente che si agita sul web. Poi ho trovato l'argomento e ho iniziato a smandrupparlo un po', ma no, non ci stava, rimaneva appeso. Finché un giorno, una settimana fa, eccolo, ho visto un modo per "scaricarlo a terra", diciamo così.
L'argomento è l'hashtag.
"Cheee, ma che c'entra la semiotica con gli hashtg?"
"C'entra un sacco, baby, pensaci un po': come definisci la parola hashtag? quanto spesso li usi? per farci cosa? che cosa ti aspetti quando fai una ricerca per hashtag? Che magari a te non te ne frega niente, ma se lavori nei social o nelle ricerche, beh, te ne dovrebbe fregare sì."
"Ah"
"Eh"
Allora insomma l'argomento è l'hashtag.
E però l'ho portato un po' oltre: ho analizzato un hashtag in particolare: #choosy.
Perché io sono #choosy.
Ed ecco quello che è venuto fuori.
Sono talmente choosy che ci ho messo un sacco di tempo (tre anni?) per trovare un modo giusto di trattare la seconda puntata del mio corso di semiotica per gente che si agita sul web. Poi ho trovato l'argomento e ho iniziato a smandrupparlo un po', ma no, non ci stava, rimaneva appeso. Finché un giorno, una settimana fa, eccolo, ho visto un modo per "scaricarlo a terra", diciamo così.
L'argomento è l'hashtag.
"Cheee, ma che c'entra la semiotica con gli hashtg?"
"C'entra un sacco, baby, pensaci un po': come definisci la parola hashtag? quanto spesso li usi? per farci cosa? che cosa ti aspetti quando fai una ricerca per hashtag? Che magari a te non te ne frega niente, ma se lavori nei social o nelle ricerche, beh, te ne dovrebbe fregare sì."
"Ah"
"Eh"
Allora insomma l'argomento è l'hashtag.
E però l'ho portato un po' oltre: ho analizzato un hashtag in particolare: #choosy.
Perché io sono #choosy.
Ed ecco quello che è venuto fuori.
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